2009
08.23

Alley - The Weed

Формат: CD
Дата Релиза: 30.11.2008
Страна: Россия
Стиль: Progressive Death Metal

Купить CD

Дебютный альбом российской группы Alley “The Weed”, в котором молодые профессиональные музыканты предлагают всем любителям тяжёлой и умной музыки превосходный сплав progressive и death metal в лучших традициях Opeth и Daylight Dies. Яркие композиции, техничное исполнение и высокое качество записи вводят Alley в круг ярких представителей тяжёлой отечественной сцены.
Сведение и мастеринг альбома произведёны в известной студии Navahohut.

Треклист:

1. Duhkha
2. Coldness
3. Dust Layer
4. Hessian Of Rime
5. Fading Fall
6. Jaded Mirrored
7. Days For Gray

33 comments so far

Add Your Comment
  1. Review
    Darkcity 49/2009
    4/5
    Март\Апрель 2009

    В чем секрет успеха Opeth, создавший из них звезду андерграунда и навеки веков закрепивший за ними статус культа? В умении соединять не человечески брутальные фрагменты с атмосферно-акустическими пассажами? В исключительной техничности и вуртуозной работе живьем? А может они просто оказались со своим авангардным материалом в нужное время и заняли пустую нишу? Пожалуй, эти же вопросы
    не дают спать спокойно четверке музыкантов из группы Alley, которые точь-в-точь постарались повторить сделанное шведами на своем альбоме “The Weed”. Оформление, музыка, вокал – все снято “в ноль”, пожалуй, если не вслушиваться в материал внимательно, то Alley можно спутать с самими Opeth. А вот если вслушиваться, то становится очевидно, что этот самый секрет успеха они так и не раскрыли: при наличии в альбоме идентичной “элементной базы”, “The Weed” не заставляет вас ёжиться от пробегающий по спине мурашек и вписывать трясущимися руками диск в десятку ваших любимых альбомов всех времен и народов…

    Author: Ан.К.

  2. Review
    Flash Magazine
    6.5/10

    Oggigiorno suonare un genere non derivativo è impresa assai ardua, per non dire impossibile, cosi molto spesso ci troviamo di fronte a band che non fanno altro che copiare, clonare, imitare pedissequamente le gesta di grandi gruppi del presente o del recente passato. Per come la vedo io, non è cosi drammatico riprendere gli insegnamenti dei maestri se alla fine ciò che ne viene fuori, ha un proprio perché, delle proprie emozioni da trasmettere o comunque riesce nell’intento di non lasciarci indifferenti di fronte ad una proposta musicale. Faccio questa premessa semplicemente perché ho letto critiche feroci nei confronti di questo gruppo proveniente da uno sperduto paesino siberiano, Krasnoyarsk, in quanto la loro musica non farebbe altro che adottare il principio del “copia incolla” nei confronti dei ben più famosi gods svedesi, Opeth. Ebbene che dire? Non mi sembra proprio un delitto se quel che ne viene fuori alla fine è ascoltabile o addirittura piacevole, quindi non mi sento assolutamente di condannare la scelta del quartetto russo nell’aver rispettato in modo integerrimo gli insegnamenti degli inarrivabili maestri. Insomma l’avrete capito dunque: il sound proposto dagli Alley riprende palesemente la musica di Mikael Akerfeld e soci (periodo “Still Life” e “Black Water Park”) con tutti i loro tipici marchi di fabbrica: songs estremamente articolate e lunghe, l’alternanza tra frangenti acustici ad altri più estremi, stessa effettistica nelle linee di chitarra, l’alternanza tra clean vocals (molto simili a quelle del buon Mikael) e growling feroci. Non mi soffermo neppure nell’analisi track by track perché comunque il sound dei nostri è estremamente debitore agli originali. Certo che alla fine ciò che fa la differenza tra gli Alley e gli Opeth è la classe cristallina che contraddistingue i secondi, mentre per i primi rimane il pregio di aver cercato di raggiungere le vette inarrivabili dei mostri sacri e di aver provato ad esprimere il proprio io attraverso l’influenza che i loro artisti preferiti possono aver avuto sulla musica prodotta. “The Weed” è l’opera prima degli Alley, e sono certo che con il prossimo lavoro, il coriaceo act siberiano, sarà in grado si scrollarsi di dosso l’alone dei maestri svedesi alla ricerca di una propria precisa identità. Esordio comunque positivo per chi come me, ama il prog death. Un’ultima considerazione: ma se al posto di Alley, ci fosse stato scritto Opeth, sarebbe stato fatto tutto questo baccano? Coraggio!

    Author: Francesco Scarci

  3. Review
    The Pit of the Damned
    6.5/10
    03.10.2010

    Oggigiorno suonare un genere non derivativo è impresa assai ardua, per non dire impossibile, cosi molto spesso ci troviamo di fronte a band che non fanno altro che copiare, clonare, imitare pedissequamente le gesta di grandi gruppi del presente o del recente passato. Per come la vedo io, non è cosi drammatico riprendere gli insegnamenti dei maestri se alla fine ciò che ne viene fuori, ha un proprio perché, delle proprie emozioni da trasmettere o comunque riesce nell’intento di non lasciarci indifferenti di fronte ad una proposta musicale. Faccio questa premessa semplicemente perché ho letto critiche feroci nei confronti di questo gruppo proveniente da uno sperduto paesino siberiano, Krasnoyarsk, in quanto la loro musica non farebbe altro che adottare il principio del “copia incolla” nei confronti dei ben più famosi gods svedesi, Opeth. Ebbene che dire? Non mi sembra proprio un delitto se quel che ne viene fuori alla fine è ascoltabile o addirittura piacevole, quindi non mi sento assolutamente di condannare la scelta del quartetto russo nell’aver rispettato in modo integerrimo gli insegnamenti degli inarrivabili maestri. Insomma l’avrete capito dunque: il sound proposto dagli Alley riprende palesemente la musica di Mikael Akerfeld e soci (periodo “Still Life” e “Black Water Park”) con tutti i loro tipici marchi di fabbrica: songs estremamente articolate e lunghe, l’alternanza tra frangenti acustici ad altri più estremi, stessa effettistica nelle linee di chitarra, l’alternanza tra clean vocals (molto simili a quelle del buon Mikael) e growling feroci. Non mi soffermo neppure nell’analisi track by track perché comunque il sound dei nostri è estremamente debitore agli originali. Certo che alla fine ciò che fa la differenza tra gli Alley e gli Opeth è la classe cristallina che contraddistingue i secondi, mentre per i primi rimane il pregio di aver cercato di raggiungere le vette inarrivabili dei mostri sacri e di aver provato ad esprimere il proprio io attraverso l’influenza che i loro artisti preferiti possono aver avuto sulla musica prodotta. “The Weed” è l’opera prima degli Alley, e sono certo che con il prossimo lavoro, il coriaceo act siberiano, sarà in grado si scrollarsi di dosso l’alone dei maestri svedesi alla ricerca di una propria precisa identità. Esordio comunque positivo per chi come me, ama il prog death. Un’ultima considerazione: ma se al posto di Alley, ci fosse stato scritto Opeth, sarebbe stato fatto tutto questo baccano? Coraggio!

    Author: Francesco Scarci

You must be logged in to post a comment.